UTMB – TDS 2015 – Da un’alba all’altra

Agosto 2015 – Monte Bianco dalla Val Ferret

Roulaz, piccola frazione nei pressi di Aosta. Sono le tre. La sveglia sta suonando. Apro gli occhi a fatica. Allungo il braccio sinistro, stacco la sveglia e accendo il lume. E’ ora di alzarsi. Inizia il viaggio.

Ancora tutto intorpidito mi getto in cucina, metto su the (verde), caffè, preparo 4 fette biscottate (integrali) con la marmellata di frutti di bosco, passaggio al volo in bagno per una sciacquata di acqua fresca e inizio a vestirmi con tutto quanto appoggiato sulla sedia solo quattro ore fa: bandana, occhiali da sole, maglietta a maniche corte, un paio di manicotti, pantaloncino corto, slip, calzini, un paio di compressor. E bon. Ho tutto. Colazione veloce, nuovo passaggio doveroso in bagno, e completo il rito della vestizione: prima le due “benedette” cavigliere a incrocio che mi aiuteranno in questo viaggio e poi le scarpe che da tre settimane mi stano facendo compagnia. Un’occhiata all’orologio. Sono le 3:45. Prendo la sacca arancione per il cambio al Cormet De Roselend (pensiero positivo nell’ottica di arrivarci!!), la sacca azzurra per il post a Chamonix, zainetto con tutto il materiale obbligatorio (e più), chiudo casa, e butto tutto in macchina. Poi mi fermo, guardo il cielo stellato, il lieve riflesso della luna che dipinge le sagome del Mont Velan e del Gran Combin lì, di fronte a me, verso nord: un bel respiro e via, verso Courmayeur.

Agosto 2015 – Materiale utilizzato per la TDS

Lascio la macchina nella stradina dietro la chiesetta del paese e il Rifugio delle Guide. Quella dell’ultimo chilometro del Tor per intenderci. C’è il divieto di sosta. Guardo meglio: “venerdì mattina dalle 8 alle 10”. Mi dico: va bene che la prendo come un’avventura ma non tornare qua in 48 ore… Poi penso meglio: cavoli, io venerdì mattina sono pure a lavoro…a Torino…vabbè, un passo per volta: iniziamo a portare le sacche ai volontari. Poi si vedrà.

Ormai manca circa una mezz’oretta. C’è gente che entra e esce dalla scuola che accoglie i trail-runners. C’è un giovane ragazzo della repubblica ceca, tutto vestito d’azzurro.  Si chiama Tomas (il bello dei pettorali personalizzati!). C’è un gruppo di francesi: tre uomini e una donna. C’è un giapponese, completamente vestito di nero. Poi c’è un inglese che si sta preparando le borracce con i sali. C’è un altro francese che cerca la concentrazione con la musica. Io son seduto su una piccola sediolina rossa. Ho in mano l’altimetria della gara. L’ho già guardata un paio di volte negli ultimi giorni: 119 km e 7223 metri di dislivello! Mai fatti in vita mia, manco in allenamento. Sorrido però. La testa c’è. Gambe e caviglie sono le incognite. Voglio guardarmi le distanze tra un ristoro e l’altro, soprattutto per la seconda parte di gara. Quella più dura; quella più tecnica. Una voce italiana mi fa alzare lo sguardo. E’ Marco. Ci si saluta in maniera allegra, come sempre. Lui oggi è alla sua n-ma TDS. Punta a battere il suo best time. E’ in forma e si è preparato egregiamente. Sono convinto che il suo obiettivo lo raggiungerà. Ci diamo appuntamento più tardi, magari a Chamonix o più in là sulle nostre montagne del nord-ovest, nelle settimane a venire.

Squilla il cellulare. E’ Michele. Sta arrivando. Appuntamento alle transenne, in mezzo al gruppone. Grande abbraccio e, ridendo, ripetiamo la chiacchierata di ieri pomeriggio al ritiro pettorali. Lui, con l’usuale cadenza toscana ”dai, la si fa piano, la si fa insieme”. Io, con un accento che ricorda il sud:“nooo..il tuo piano lo conosco, non è assolutamente il mio!”. E via per altri 2-3 minuti con sta scenetta. Grande Michele! ho apprezzato davvero tanto il gesto (e sarebbe stato un onore) ma il viaggio ho bisogno di farlo da solo, senza cronometro e sentendo solo le mie sensazioni. Intanto inizia a far fresco: si sta alzando una piccola brezza. Prendo dallo zaino l’antivento e decido di partire così anche se già mi aspetto di toglierlo verso Maison- Vielle. Michele mi guarda, ride e poi guarda il tipo affianco a me: 30-40 anni più anziano di me…ed è in canottiera! Ovviamente ci faccio la figura del pischello. Ma, pensiero positivo, “Vabbè, magari s’è fatto pure due boccali di birra e ha caldo!”.

Inizia il count-down..dix, neuf…, trois, duex, un, …via, partiti. Tanta gente, amici, familiari che fanno il tifo, battono le mani e incitano per le vie di Courmayeur. Qualche campanaccio e inizia la salita da Dolonne. Michele mi parla degli ultimi giri in Sicilia e post record dell’Alpe Adria. Io lo ascolto, incuriosito come al solito. Poi mi concentro verso l’orizzonte e lo fermo. “ La vedi quella montagna laggiù in fondo dove arrivano le prime luci del sole? Bene, quella è la Grivola, un quattromila mancato. Un bellissimo quattromila mancato. Tremilanovecentosessantanove metri. Peccato per quei 31 metri, sarebbe più famosa. Anzi… meglio così!”. Guardandola da qui, in una mattinata così, senza una nuvola, con il sole che sorge e la luce che man mano svela la sua forma partendo dalla testa imbiancata, è davvero uno spettacolo di rara bellezza. E io potrei già fermarmi qui, tanto sono contento. Scambiamo ancora due chiacchiere, poi la salita diventa più ripida, inizio ad avere caldo (no comment), faccio un breve pit-stop per spogliarmi e ri-sistemare il tutto nello zainetto e saluto così Michele.

La salita alla Maison-Vielle è fatta di tanti tornanti che ricalcano le piste invernali. Salgo con un buon passo. Sono tranquillo, super rilassato. Dopo tante voci spagnole e francesi, sento anche quella di due italiani. Stanno teorizzando sull’uso dei bastoncini. In realtà parla uno solo dei due, l’altro ascolta incuriosito. Pure io. “ Vedi, appena inizio ad usare i bastoncini, mi sale il battito cardiaco fino a 155 e non è che vado più veloce. Non li uso più e scendo a 135. E’ vero risparmi un po’ sui muscoli delle gambe, ma poi consumi di più e quindi…”. Rifletto su quanto dice. Io non li uso praticamente mai (facendo trail più corti in genere). Oggi però li sto usando. E ho intenzione di farlo su tutte le salite e su tutte le discese tecniche. Poi non uso il cardio e quindi non so neanche che battiti ho. Nelle ultime settimane li ho sperimentati in un paio di uscite lunghe e, usandoli correttamente, ho notato l’enorme beneficio soprattutto per riposare le gambe (se si può usare il termine “riposare” dopo tante ore sui sentieri). E penso che, in generale, sia soggettiva la scelta, un po’ come le scarpe da usare. Alzo gli occhi e davanti a me, lì in alto, vedo già tantissima gente che sta raggiungendo il Col Checrouit. Dietro di me altrettanta gente in fila lungo i tornanti. Siamo davvero tanti. Provo a immaginarmi tutte queste persone di notte con le luci accese, sotto la luna piena. Che spettacolo. E che bello poter essere una di queste lucine.

Alla Maison-Vielle c’è già tantissima gente ferma al ristoro. Io sto bene e decido di proseguire. Sto bevendo con regolarità e la colazione di stamane per ora sta ancora dando i suoi effetti. Prendo mezzo gel al cioccolato e inizio la salita all’ Arete du Mont Favre. Qui, davvero faccio fatica a raccontare la bellezza di tutta la catena del Monte Bianco man mano che il sole ne svela una parte nuova. Ho praticamente rischiato di farmi venire il torcicollo, avendo sempre lo sguardo sulla mia destra. L’Aguille Noire de Peuterey, il ghiaccio del Freney, la cresta dell’Innominata, i pilastri e il ghiacciaio del Brouilland, il ghiacciaio del Miage. Un sogno. Tutto bellissimo. Torno a guardare il sentiero distratto dal rumore di un elicottero. E’ lì  In fondo sulle tracce dei primi mentre scollinano e iniziano la discesa verso il Lac Combal.  Non manca molto neanche per me.

Agosto 2015 – Profilo altimetrico TDS

Guardo l’orologio, sono le 8. I primi 1300m di dislivello sono passati. Mi accoglie al colle un volontario che registra il passaggio e, in un fantastico italiano con accento francese, con il sorrisone mi fa “Andrea, tutto bene?” . Sorrido e gli dico “Alla grande! merci”(è davvero una figata il pettorale col proprio nome!). Ultimo sguardo alla vetta del Bianco da cui si leva un parapendio rosso e inizio la mia prima discesa di giornata. E’ il terreno per me più difficile oggi. So di dover prestare massima attenzione. Una distrazione, un colpo anche leggero alle caviglie, e il viaggio potrebbe diventare una tortura o finire molto prima di toccare il suolo francese. Il sentiero ancora in ombra è bagnato dall’umidità notturna. Un gruppo di mucche ci attende a metà discesa. Sono un po’ infastidite dalla nostra presenza (come darle torto). Una tutta nera decide di fare invasione sul sentiero e inizia a correre davanti al gruppetto di cui faccio parte: non ha il pettorale ma se la cava egregiamente. Chapeau. La discesa finisce con il sentiero che incontra l’ampia mulattiera, ai cui bordi c’è tanta gente ad applaudire. Sono sollevato: se procedo tranquillo, le caviglie sembrano tenere. La prima discesa è andata. Un paio di chilometri sulla mulattiera e si arriva al punto ristoro du Lac Chombal. Primo brodino della giornata, pieno di acqua alle borracce, tolgo una pietruzza dalla scarpa destra e riparto verso il Col de Chavanne. La salita si divide in due parti. La prima, breve, è molto dolce e piacevole col suono del torrente che ci accompagna mentre sinuoso scivola a valle sulla nostra destra. La seconda, più ripida, inizia dopo un breve tratto in falsopiano e sale con una serie di tornanti su cui l’importante è prendere un buon ritmo. Così faccio e prima di quanto pensassi arrivo in cima a 2600m. Sono le 9:30 circa e il sole è già bello caldo lì nel cielo sereno. Un breve sorso di acqua con sali e poi inizio la lunga discesa verso i prati del comune di La Thuile. E’ una discesa facile, su mulattiera, senza grandi pendenze. Decido di farla con tranquillità, mai in spinta, intorno ai 9-10 km/h. Non ha senso sprecare energie qui: siamo solo a poco più di un decimo della gara!!! La faccio praticamente in compagnia di un gruppetto di ragazze e ragazzi spagnoli che avrò modo di rivedere più tardi. Arriviamo poi agli ultimi 200 metri di discesa, quelli più ripidi. Un ragazzo scivola su una radice che affiora dal terreno. Nulla di grave. Si rialza e, mentre arrivo nello stesso punto, mi dico di fare attenzione…come non detto! Mi ritrovo a terra. Ma è andata bene. Nessun danno.  Riparto, attraverso la passerella e inizio la salita verso il Col du Petit St. Bernard. Sto bene, riesco a correre diversi tratti in salita senza alcuna difficoltà, ho voglia e tempo di dare un’occhiata al cellulare. Sono tentato di fare qualche foto al laghetto ma poi rinuncio non volendo spezzare il ritmo trovato.  Ultima ripida rampa mentre, da 100m più in alto, si sente l’incitamento via megafono di qualche gruppo di supporters francesi, poi il passaggio in mezzo a due ali di folla sui tornantini ripidi (mi fanno venire in mente qualche immagine ciclistica), e l’arrivo al km 36, al Col du Petit St. Bernard, dopo circa 2600m di dislivello. Doverosa la pausa ristoratrice: nuovo pieno di acqua alle borracce, brodino e qualche spizzicatina ai formaggi e salumi. Poi una fettina di torta con i canditi,  metto il berretto con la visiera in un mix di necessità (il caldo e il sole sono davvero molto forti) e scaramanzia (ogni volta che l’ho usato me n’è successa qualcuna grave) e infine riparto verso il lunghissimo tratto in direzione Bourg Saint-Maurice.  E’ il pezzo forse meno entusiasmante. Si alternano tratti di mulattiera con sentieri più ripidi, brevi passaggi su strada asfaltata, un’incursione nel prato a Saint Germain con la ruota del mulino che gira sulla nostra sinistra, un’allegra famigliola che banchetta all’ombra di una grande quercia, i gradini della piazza di Sèez con un gruppo di bambini a fare il tifo, e il lungo pezzo nel parco all’ingresso di Bourg, di nuovo sotto quota 1000m dopo un bel po’ di ore.

L’arrivo a Bourg è bello, emozionante nell’area transennata, con la gente che ti incita: “Courage”, “Allez”,”Bravo”, un “ Vai Andrea”.  Saluto tutti col sorriso. Sto ancora bello lucido e neanche troppo sudato. Ai tavoli invece incontro tante persone col volto sfatto. C’è chi zoppica, chi ha la testa tra le gambe, chi viene sorretto da amici o familiari mentre prova a sedersi su una panca. Mi spiace vederli così: non se la stanno godendo di sicuro. Probabilmente vittime del caldo o di una prima parte fatta troppo forte. Mi siedo, ennesimo brodino con tanto formaggio e rifletto su quanto fatto finora. Posso essere soddisfatto: ieri pensando al percorso, avrei voluto arrivare a Bourg esattamente in questa condizione fisica e mentale. Mangio ancora qualche fetta di pane con il salame e do un’occhiata al pezzo che arriva: la temutissima salita del Fort de la Platte e del Col de La Forclaz, 1600m di dislivello sotto il sole cocente. Poi c’è ancora il Passeur Pralognan, prima di arrivare al Cormet de Roselend. Altri 3-400 metri di dislivello. Insomma ancora un bel pezzo lungo in cui bisognerà soprattutto gestirsi al meglio con il caldo. Bevo ancora un the e poi insieme ad un signore inglese mi avvio ai controlli del materiale obbligatorio. Tutto ok. Riparto piano piano lungo l’area pedonale in mezzo a tavoli di turisti che mi guardano incuriositi, breve sosta ad una fontana per sciacquarmi la faccia e inizio la dura salita. La pausa di Bourg mi ha ridato energia, tanta e inattesa. Decido però di salire con passo costante, senza strappi. Inizio a superare diverse persone, alcune ferme all’ombra di qualche pianta, altre che salgono lentamente sui ripidi tornanti. Mi si accoda un’atleta francese per qualche minuto. Le chiedo se vuole passarmi, non vorrei rallentarla. Lei mi dice: “No, no. If for you it is ok, it’s perfect! I follow you”. “yes, until you do not see me laying down, it is ok!!”, le rispondo ridendo. Saliamo bene, nonostante il caldo si faccia sentire molto. Sempre io a dettare il ritmo. Passiamo il Fort du Clot, un paio di trenini di 5-6 di trailers che salgono più lentamente, e arriviamo al Fort de La Platte. Qui decido di fermarmi a prendere acqua perché ho bevuto tanto in salita e sono già a corto. Lei intanto è già ripartita e io mi avvio sul sentiero al Col de La Forclaz seguendo un gruppetto di spagnoli. Non so se dovuto all’acqua bevuta con troppa foga (piccoli sorsi, Andrea, piccoli sorsi…tutto il giorno che me lo ripetevo) o alla dura salita precedente sotto al sole cocente ma, all’improvviso, sento venire meno tutte le energie. La salita è più facile della precedente, quasi corribile in alcuni tratti, ma non vado. Non riesco a stare con gli spagnoli. E’ la prima crisi importante. Era inevitabile. Faccio lavorare la testa. Cerco di guardare gli altri che si allontanano, sperando di scorgere il colle e capire quanto manca. Non si vede nessun colle. Disastro. Abbasso la testa e guardo il passo che diventa pesante. Poi rumore di voci e di scarpette sul terreno pietroso. Mi volto a sinistra e mi passa un ragazzo che assomiglia a Ivan, un amico con cui ogni tanto si andava per monti tra Campania e Abruzzo durante l’adolescenza. Leggo il suo nome sul pettorale 7244: Vincent Paturel. E’ francese. Riabbasso lo sguardo. Pochi secondi dopo altro rumore di scarpette. Rialzo lo sguardo. E’ lo stesso ragazzo di prima! E’ identico.  No, cavoli, adesso ho pure le allucinazioni. Cerco di tornare in me. Non vedo il nome sul pettorale: è girato dall’altra parte. Resto lì dietro un po’ sbigottito. Decido di alzare l’andatura e di avvicinarlo di modo da leggere il nome. Non ho molte forze ma ho bisogno di capire quanto sto fuori di melone. A malapena lo raggiungo (chissà che avrà pensato) e leggo…Olivier Paturel !! Non son tutto scoppiato: sono fratelli gemelli. Alleeezz. Mi faccio una risata e adesso li guardo da dietro, da lontano, mentre Olivier raggiunge Vincent. L’incontro coi gemelli mi ha “risvegliato” un po’ dal torpore, soprattutto la testa.

Arrivo al Col de La Forclaz (a 2354m) e  decido  di fare una breve pausa per completare il recupero. Mangio una barretta alle mandorle e bevo. Resto seduto su un masso per qualche minuto guardando passare un po’ di gente e cercando di scorgere in lontananza qualche macchia di colore che sale il Passeur Pralognan. Niente, non vedo nulla. La testa però si è ripresa. Affronto bene la discesa tecnica verso la base della prossima salita e poi con un’andatura migliore della precedente risalgo il Passeur Pralognan. I volontari mi accolgono con grande calore e mi invitano a fare attenzione alla discesa. La prima parte con delle lunghe corde per tenersi è davvero insidiosa. Nulla di che per chi è abituato ad ambienti di alta montagna ma, per i più, le corde sono un toccasana. Oggi tocca anche a me: nessun rischio gratuito per le caviglie. La discesa prosegue ripida fino ad arrivare ad un torrente da cui parte una mulattiera pianeggiante. Sono sceso piano ma non ho ancora recuperato le energie che son venute meno alla Forclaz. Ne approfitto per rifiatare e godermi il panorama: il versante occidentale del Bianco è lì tutto davanti a me. Bellissimo. Avevo paura di arrivare qui di notte e non vedere nulla. E invece sono qua e lui, il Gigante, è lì di fronte e mi accompagnerà fino alla fine se ne avrò io voglia. Riparto camminando, poi con una breve corsettina (se si può chiamarla così), dopo qualche chilometro in piano, arrivo al Cormet de Roselend. Sono da poco passate le 12 ore di gara. Sono sorpreso. Non mi aspettavo di essere qui a quest’ora.

Agosto 2015 – Percorso di gara con punti ristoro

Nel tendone bianco del ristoro ci sono tantissime persone. Davanti a me si ripete una scena analoga a quanto ho visto a Bourg: tanti in crisi, tanti che si stanno ritirando. Intanto lo speaker ferma le persone man mano che arrivano e da informazioni sulla gara. Ci bado poco e invece cerco di concentrarmi sul mio recupero. Poggio bastoncini e zaino e inizio a fare la processione sui tavoli imbanditi: nuovo brodino, pane, tocchetti di formaggio, ancora qualche pezzo di salame. Ho ancora fame. Mi rialzo e mi faccio dare anche un piatto di pennette col sugo. Le trovo buonissime. Avrei voglia anche di polenta e salsiccia ma purtroppo (o meglio così) non c’è. Oh, finalmente inizio a recuperare energia fisica. Guardo l’orologio. Son fermo da una ventina di minuti. Va bene così, penso. Mi prendo tutto il tempo che serve: manca ancora un lungo e difficile pezzo per arrivare a Chamonix. Apro la sacca arancione e controllo cosa cambiarmi. Decido di tenermi i pantaloncini e di non mettermi quelli fino al ginocchio: non fa assolutamente freddo. Cambio invece i calzini, la maglia e la bandana: adesso sì che sono sudati. Metto poi un compid sul pollicione del piede sinistro per limitare il principio di una vescichetta, pulisco le scarpe impolverate e prima di uscire dal tendone decido di mettermi l’antivento leggero. Non fa freddo ma sono stato fermo circa 40 minuti, ho mangiato, e vedo l’erba dei prati mossa da un leggero venticello. So che mi aspettano tre chilometri (facili) di salita verso il Colle de La Sauce e che avrò un po’ caldo ma ho già sperimentato cosa vuol dire avere una congestione quando mancano ancora 50 km al traguardo. Quindi preferisco coprirmi, al prezzo di un po’ più di sudore. Rimetto lo zainetto, prendo i bastoncini e la sacca arancione e mi alzo. Sono pronto. Al volo prendo un paio di fette di torta coi canditi, lascio la sacca ai gentilissimi volontari (che macchina organizzatrice perfetta che ho trovato!) e mi avvio all’uscita con gli ennesimi e bellissimi incitamenti di tanti sconosciuti.

La salita al Colle de La Sauce è davvero senza difficoltà tecnica a parte per alcuni tratti in cui, avendo il sole frontalmente, risulta difficile individuare subito i paletti del tracciato nei prati che tagliano il sentiero. Dalla cima inizia la discesa su un terreno un po’ smosso dai rivoli di acqua e che affronto con la consolidata cautela. Realizzo che in questi tratti, a volte, vado molto più piano che in salita. Ma oggi è giusto fare così. E non mi curo degli altri atleti che mi passano a velocità doppia. Questa prima parte di discesa si conclude in prossimità di una baita da cui inizia un bellissimo falsopiano (sempre in discesa) che costeggia un torrente che disegna dei canyon e delle cascate per i successivi tre chilometri. E’ bellissimo. Mi sto divertendo a calcare dei  sentieri a me totalmente nuovi. Mi raggiunge un ragazzo. Lo faccio passare. Mi chiede in spagnolo come sto. Gli dico “ Muy bien, soy feliz!”. Lui ride, e mi chiede se sono italiano. “Sì. Y tu? Eres espanol?” gli rispondo. E lui, mentre sta allungando in discesa, urla felice. “ Cataaaaaaalaaan!!!”. E via a ridere entrambi. Mi saluta e ci si incoraggia a vicenda. Lo guardo allontanarsi mentre salta sul sentiero, poi faccio una curva e mi incanto sulla seguente immagine: sullo sfondo il sole rosso che si avvia al tramonto, al centro la vallata tagliata dal sinuoso ruscello, a destra le baite di La Gitte, e al mio fianco l’enorme cascata del torrente che lascia il canyon attraversato. Wow, penso. Sembra un dipinto. Distratto dal panorama non mi accorgo subito del gruppone di iberici che stanno arrivando di gran passo dietro di me. Mi sposto immediatamente e li lascio passare. Stanno scendendo giù come dei treni. Cavoli, quanto veloce stanno viaggiando.

Arrivo a La Gitte, riempio rapidamente le borracce alla fontana tra le baite, inizio subito la salita e, mentre affronto i primi tornanti, studio nuovamente la cartina. Siamo già intorno al 75mo chilometro e, dal profilo altimetrico, la salita non dovrebbe essere molto impegnativa. E difatti così è. Ho ancora addosso l’antivento e con il calar del sole decido di tenerlo su. Alle nostre spalle si inizia a vedere  la luna quasi completamente piena. Le manca giusto un pezzettino sulla parte in basso a sinistra, penso. Intanto man mano che salgo vedo intorno a me le lucine delle frontali che iniziano ad accendersi. Salgo ancora bene senza supporto della luce: stiamo su una mulattiera facile e non c’è pericolo di perdersi con la luna che illumina i paletti catarifrangenti. Sento poi un’ odore di legna bruciata, quell’odore che viene dai camini nelle stagioni invernali. Non capisco. Mi guardo intorno ma non vedo nulla. Poi passo l’ennesimo tornante, una luce sulla strada in fondo, una tenda e realizzo. Ci sono due volontari per supporto idrico. Fantastici. Decido di fermarmi per prendere un po’ d’acqua gassata (erano chilometri che la volevo!) e indossare la frontale. Scambio due chiacchiere con loro mentre mi raggiunge un gruppo di tre signori portoghesi. L’immagine mi fa pensare a quanto ho osservato in questo mercoledì: in tanti oggi stanno partecipando a “squadre” con gruppi di due, tre, quattro o anche più. E’ un viaggio lungo e la presenza di un amico può sicuramente darti quel supporto morale per non mollare, soprattutto di testa. In fondo, penso, io sto viaggiando principalmente da solo perché volevo farlo così questo viaggio, ma non ci vedo nulla di male (anzi) se si pianifica di partire e arrivare insieme. E’ capitato diverse volte anche a me su altri sentieri o percorsi. Dipende dall’obiettivo che ognuno si da per lo specifico evento. Quindi va bene così. Saluto i tre signori portoghesi e prima di ripartire chiedo ai volontari quanto manca al colle. Mi dice 500 metri di dislivello. Doh! Pensavo ne mancassero solo duecento! Riparto e i successivi 10 minuti sono un po’ scoraggiato, lo ammetto. Poi vedo davanti a me una lucina che sale e improvvisamente scompare. O è un’allucinazione. O lì finisce la salita, molto prima di quanto indicato dal volontario. Opto per la seconda e accelero un po’, visto che oggi la salita è davvero il mio terreno più gradito (i 5600 metri di dislivello positivi già fatti quasi non li sento). Avevo ragione, per fortuna. E’ effettivamente la cima del Col Est de La Gitte. Prima di iniziare la discesa, faccio pausa pipì, spengo la frontale e mi guardo la cima del Bianco e del Dome du Goutier rischiarati dalla luce della luna. Una breve pausa ci voleva. Poi penso che mancano solo 7-8 km al ristoro del Col du Joly. E mi sento un po’ rinfrancato. La prima parte della discesa è però per me davvero snervante. Il sentiero stretto, le pietre bianche instabili, i piccoli salti, e soprattutto in lontananza la musica che viene dal ristoro (ma che non sembra mai avvicinarsi) mi mandano un po’ nel pallone. Poi inizia pure una salita ripida ed essendo tutto buio intorno e vedendo solo sullo sfondo la luce del ristoro, e le innumerevoli lucine una dietro l’altra che mi anticipano il percorso, mi sembra che stiamo davvero facendo un giro dell’oca. Mi prende un po’ di scoramento. E’ la seconda mini-crisi della giornata. Cerco di concentrarmi su altre cose. Penso a lei, che è in Grecia in questo momento. Penso a i prossimi giorni, quando finalmente la distanza tra me e lei sarà limitata a qualche millimetro, al massimo a qualche centimetro. Cavoli, i chilometri stanno passando: la luce del ristoro è adesso  a poche centinaia di metri. Sorrido e penso “Bene, mi toccherà ringraziarla anche se non ne sa il motivo!”.

Col du Joly. 86mo chilometro. E’ ancora mercoledì . Mentre mi siedo per riprendermi , ripenso all’8 Luglio scorso, mentre leggevo il referto della risonanza magnetica: rottura completa del legamento peroneo-astragalico anteriore e tanti altri micro danni alla caviglia sinistra. L’avevo presa con serenità, tranquillità, come da mia filosofia di vita, ma questo viaggio era a forte rischio. Di sicuro non l’avrei potuto fare come pensavo ad inizio anno. Ma son rimasto con l’idea di provare comunque a farlo. Non credo che una sola persona con cui ho parlato in quei giorni avrebbe scommesso che arrivassi già qua. Io sono sincero quando dico che era per me già bellissimo poter iniziare questo viaggio. Tutto quello che sta arrivando oggi non è nulla di speciale. Credo sia solo la coscienza di sentire il proprio corpo e di sapere il proprio limite. E rifletto sulle ultra-trail. Guardandomi oggi: l’80% è la testa, il 20% è il fisico. E la testa adesso mi dice che il mio fisico è debilitato. Ho mangiato poco negli ultimi chilometri e ho consumato tanta energia. Ne è una conferma il volontario che mi si avvicina e mi chiede se va tutto bene. Non devo avere una bella cera. Mollo tutto sulla panca e vado a fare il pieno: brodino, pane, formaggio (tanto), salumi. Insomma non modifico nulla nell’alimentazione iniziata tante ore prima. Mi risiedo alla panca. C’è un ragazzo che ha appena rimesso tutto affianco a me. Bene, penso. Devo stare già meglio se non viene da rimettere a me vedendo sta scena. Poi arriva uno svizzero con la divisa del Vegan Team. Penso a Umberto che si è fatto male a metà luglio e che ha la stessa maglietta. Speriamo si stia riprendendo anche lui. Faccio un po’ di stretching anche se le gambe non sembrano per nulla contratte. Anche i piedi sembrano ok. Solo un leggero dolore al quarto dito del piede destro. Mi spoglio e mi metto la maglia a maniche lunghe, quella termica. La temperatura è un po’ scesa e questa pausa mi può raffreddare. Penso anche di indossare la giacca in GoreTex e così faccio. Poi bicchiere di coca cola (non mi piace ma ne ho sentito il bisogno), un quarto di banana e lascio il Col du Joly intorno alle 23:15. All’uscita del tendone sento subito la differenza di temperatura sulle gambe che sono rimaste scoperte. Faccio duecento metri e mi fermo per mettere il sovra-pantalone. Penso: “ Ma farlo 5 minuti fa al caldo, nel tendone, no?”

Riparto lungo i tornanti in discesa con la solita precauzione. Scendo ancora abbastanza bene. Arrivo sul pianoro in fondo, direzione Les Contamines Montjoie. Ho sonno. Vorrei dormire. C’è ancora tanta gente sulle strade ad applaudire. È giá passata la mezzanotte. Arrivo al punto ristoro. Molti hanno amici e familiari ad occuparsi di tutto. Sorrido pensando al vantaggio di non pensare a cosa bere o mangiare, quando c’é un team a supporto. Cerco qualcosa di caldo. Poi vedo l’area delle brandine. Figo. Magari faccio un microsonno qui. Prendo la seconda brandina libera. Butto lo zaino a terra e mi sdraio. Tempo 10’ secondi ed arriva un medico: “are you ok? Are you injured?”. “No, no, everything Ok. I want to rest few minutes”. “Perfect. If you need anything, just call us. We are here next to the heater”. Lo ringrazio mentre va via verso le stufette. Oh, finalmente posso riposarmi un attimo. Chiudo gli occhi. 30 secondi dopo vengo svegliato. È un altro medico. Mi fa le stesse domande. Io sorrido e ripeto che sto bene e che voglio solo fare una breve pausa. È un dottore giovane, credo sui trent’anni, mi sorride e risponde:”OK, peró allora ti lascio questo cartello in fondo ai piedi del letto con l’orario in cui svegliarti. Perché vuoi arrivare a Chamonix, no?” “Eh sí certo! Facciamo che mi svegliate tra 10 minuti, ok?’’. “Ok!”. Va via anche lui. E richiudo gli occhi. Credo passino altri due / tre minuti e vengo svegliato da una dottoressa. Stesse domande. Stesse risposte. “Ah, si scusa non ho letto il cartello in fondo. Ok, vedi che tra cinque minuti devi alzarti!”. “Eh lo so…ma volevo almeno dormirne qualcuno”. Chiudo nuovamente gli occhi. Passa circa due minuti e vengo nuovamente svegliato. E´ il dottore giovane che ha messo il cartello in cui svegliarti. “Allez Andrea. Chamonix is waiting for you. How was the sleep? Full of energy now?” Zio fa, che mi prendete per il culo? Vabbé, almeno ci ho provato qualche secondo. Gli sorrido e gli rispondo: “Full of energy. I think I slept even too much!”.

Mi risistemo e riparto attraverso la stradina del centro tra gli applausi degli spettatori presenti. Figata. Sono un pó intorpidito ma la salita verso Chalet du Truc mi dá il giusto risveglio. Salgo bene con un ritmo costante, utilizzando in modalitá alternata i bastoncini. Arrivo in cima e guardo in lontananza cosa mi aspetta: il muro del Col de Tricot. Circa 600 metri di dislivello in pochi chilometri, dopo averne fatti quasi un centinaio. Non sono spaventato. Anzi. Sono emozionato e super motivato. È l’ultima vera grande salita della gara. Poi solo poco meno di venti chilometri per arrivare a Chamonix. Le luci delle frontali sui tornanti mi fanno da riferimento. Decido di partire con una determinata andatura e di non modificarla durante tutta la salita. Parto adagio e un paio di ragazzi mi passano di buona lena. Anche troppa. Li rinconteró poco prima di scollinare seduti su una pietra a riprendere energie. Mi accorgo che dietro di me si sta formando un trenino. Saranno quattro o cinque runners. Chiedo se vogliono passare. “No, no. The pace is perfect. If you do not mind, we stay here”. “Yes, no problem. Tell me when you want to pass in any case”. L’andatura costante mi porta a non fermarmi mai, neanche per una breve pausa. Di volta in volta perdo i pezzi del trenino dietro di me che si fermano o rallentano. E nel frattempo ne accolgo altri che incontro lungo la salita. A quasi 200 metri dalla vetta faccio l’unica pausa. C’é un ragazzo giapponese fermo in una curva. Non ha una bella cera ed é super sudato. Gli chiedo se sta bene. Non mi risponde. Alza solo il pollice della mano destra per dirmi che é tutto ok. Gli chiedo se ha bisogno di acqua o cibo. Gli serve acqua e gli lascio metá borraccia. Poi gli dico che appena scollino, avviso i volontari in modo che possano portargli ulteriori bibite o sali. Non so se ha finito la gara. Mi auguro che si sia ripreso. Arrivo in cima, poco piú di 2000 metri, e vengo accolto dai volontari in modo festoso. Bevo nuovamente coca cola e li avviso del ragazzo giapponese in difficoltá.

Inizio la discesa verso Bellevue. Pensavo che le difficoltá fossero finite. Invece il terreno é pieno di buche e fangoso. Quanta fatica a stare in piedi: ne ho fatta molto meno a salire il Col de Tricot! Arrivo al fondo e sono stanco. In teoria ci sarebbe un pezzo in leggero falsopiano, corribile, prima di arrivare a Bellevue. Non ne ho per correre e cammino, aiutandomi con i bastoncini. Inizia la discesa verso Les Houches. Cinque chilometri di sola discesa. Gli ultimi su asfalto. Riprendo energie e in prossimitá del ristoro scambio due chiacchiere con un ragazzo straniero. Entrambi siamo alla prima esperienza sopra i 100 km. Entrambi siamo a pochi chilometri dal raggiungere il nostro personale traguardo. Arrivo al ristoro. So che mancano solo 8 chilometri, in leggera salita. Sto ancora bene. La fatica ed il sonno sembrano essere passate. Bevo un altro bicchiere di coca cola e mi metto in testa di far forte questi ultimi chilometri. Inizio a correre, utilizzando sempre i bastoncini come ulteriore spinta. Sono pieno di adrenalina ed energia positiva. Passo diversi gruppi di runners che procedono costanti ma piú lentamente. A Les Houches sono arrivato alle 5:20 del mattino. Mi piacerebbe fare questi ultimi chilometri sotto l’ora. Il Monte Bianco che ogni tanto spunta tra gli alberi sulla mia destra mi dá ulteriore motivazione. L’ultimo chilometro é un misto di gioia e soddisfazione. Indescrivibile, soprattutto ripensando all’infortunio di fine Giugno a cui non ho voluto lasciare la decisione di rovinare questo mio viaggio.

Sono appena passate le 6:15 quando attraverso il traguardo a Chamonix. Un’alba mi ha accolto alla partenza dal versante italiano. E un’altra alba mi ha accolto dal versante francese. Nel mezzo, un viaggio bellissimo.

Andrea De Filippo

Agosto 2015 – Diploma finale di Finisher
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