Fronteggiare l’emergenza COVID-19: il modello italiano oppure il modello svedese?

La lettura dei media e dei social italiani é sempre molto istruttiva, soprattutto per chi vive la situazione italiana dall’esterno come me. Ho sempre l’impressione di essere catapultato in un ring di pugilato in cui ci sono due contendenti (governo e opposizione), e a cui rispettivi angoli ci sono i secondi (i relativi media di supporto e i potenziali elettori), che incitano il loro beniamino a prescindere dal fatto che stia combattendo onestamente o meno. Mi sembra peró che, a nessuno di quelli che ci sono sul ring, interessi se stiano offrendo uno spettacolo decente o meno agli spettatori sugli spalti o da casa.

L’ultima questione é quella relativa ad una prima analisi di questa crisi e nella fattispecie al confronto tra le strategie adottate in Italia in questi mesi e quelle adottate in altri paesi europei, come la Svezia, riportata da molti come “esempio da seguire”. Insomma, una sorta di confronto tra le voci di governo, che ovviamente difendono il loro operato (il “modello italiano”) e le voci dell’opposizione, che pur di fare opposizione prendono a pretesto un diverso esempio di operato (il “modello svedese”).

E chi ha ragione, al di lá delle simpatie politiche? Quale dei due modelli si puó definire “vincente”?

Al momento attuale, nessuno dei due.

Proveró a guidarvi a questa conclusione attraverso la lettura e l’analisi dei dati, valutando la situazione per 27 paesi europei distribuiti su tutto il continente. Ogni tabella é suddivisa in tre colonne (rosso, giallo, verde) che indicano rispettivamente valori alti, medi e bassi. In ogni riga riporto la nazione ed in parentesi il rispettivo valore ad essa collegato. I dati di base utilizzati sono quelli pubblicati dal World Health Organization (WHO), aggiornati al 21 Maggio 2020: https://www.who.int/docs/default-source/coronaviruse/situation-reports/20200521-covid-19-sitrep-122.pdf?sfvrsn=24f20e05_4

Tabella 1 – Classificazione di 27 nazioni europee in funzione del numero totale di decessi per o con COVID-19

La prima classificazione riportata in Tabella 1 é quella relativa al numero totale di decessi. Si puó osservare che sia Italia che Svezia rientrano tra quelle nazioni che hanno avuto (e continuano ad avere) un numero significativo di decessi. L´Italia ha piú o meno 8 volte il numero di decessi totali registrati in Svezia, con quest’ultima che ha quasi 4000 decessi, che non sono sicuramente pochi. Inoltre, dal termine del “lockdown”, l’ Italia ha continuato a migliorare la sua situazione, pur restando peró con una media di circa 200 decessi (calcolata dal 4 Maggio ad oggi). La Svezia, che non ha mai fatto un vero e proprio “lockdown”, ha avuto nello stesso periodo una media di 70 decessi al giorno. Sono valori di tre/quattro volte inferiori a quelli italiani, ma a differenza dell’Italia é una media praticamente stabile da inizio Aprile. Insomma non c’é stato nessun deciso miglioramento, a differenza di nazioni limitrofe come la Norvegia. Quindi, da questo primo dato, nessuno dei due modelli lo riterrei “vincente”.

Tabella 2 – Classificazione di 27 nazioni europee in funzione della percentuale di decessi rispetto al numero totale di casi positivi documentati

La seconda classificazione, messa in evidenza in Tabella 2, é quella relativa alla percentuale dei decessi rispetto al numero di casi positivi registrati. Di nuovo, sia l’Italia che la Svezia sono nella parte “rossa” della tabella, con una percentuale molto elevata per entrambe: 14,2% e 12,1% rispettivamente. Cosa vuol dire questo? Significa che, a fronte di un numero elevato di contagiati, entrambe le nazioni non sono state in grado di rispondere prontamente all’emergenza trattando opportunamente i casi piú critici. Quindi anche questa classificazione suggerisce che nessuno dei due modelli é quello “vincente”.

A questo punto si potrebbe obiettare (giustamente) che queste prime due classificazioni non tengono in conto della popolazione e della densitá abitativa, che possono essere estremamente diverse tra nazione e nazione. Di sicuro, Italia e Svezia differiscono molto per questi due parametri, come ho giá riportato in precedenti articoli.

Ecco allora che giungono utili le due successive tabelle: Tabella 3, in cui riporto la percentuale dei decessi in funzione della popolazione nazionale, e Tabella 4, in cui riporto la percentuale dei decessi in funzione della superficie nazionale (km2).

Tabella 3 – Classificazione di 27 nazioni europee in funzione della percentuale di decessi rispetto alla rispettiva popolazione nazionale

Guardando alla Tabella 3, nuovamente sia l’Italia che la Svezia si trovano tra quelle nazioni con i valori piú elevati. É un altro segnale che qualcosa non ha funzionato in entrambe le nazioni.

Tabella 4 – Classificazione di 27 nazioni europee in funzione della percentuale di decessi rispetto alla rispettiva superficie nazionale espressa in Km2

La tabella 4 fa emergere l’unica sostanziale differenza tra le due nazioni. È peró una differenza fittizia perché il valore svedese include quelle aree (centro-nord e nord) minimamente abitate. Infatti, quasi il 50% dei decessi (1864) in Svezia si é verificato nella contea di Stoccolma (6519 km2). Di conseguenza, concentrandosi su questa zona, il valore percentuale che ne risulterebbe sarebbe 28,6%. Ovvero appena inferiore a quello belga che detiene il primato a livello di nazioni. Analoga analisi puó essere fatta per l’Italia. Infatti quasi il 50% dei decessi (15727) in Italia si é verificato in Lombardia (23844 km2). Di conseguenza, per la Lombardia, il valore percentuale che ne risulterebbe sarebbe circa il 66%. E´ un valore piú del doppio di quello belga! Insomma, le due aree piú critiche in Italia e in Svezia starebbero ampiamente nella categoria di zona “rossa”.

Il risultato dell’analisi attraverso la lettura di queste quattro tabelle é che nessuno dei due modelli é un modello attualmente “vincente” per fronteggiare l’emergenza. E sbaglia chi lo promuove come tale.

E allora quale sarebbe il modello “vincente”?

Se vogliamo rimanere in Europa, qualche conclusione la si puó trarre. Basta riguardarsi le tabelle precedenti.

A titolo esemplificativo, Grecia, Repubblica Ceca, Novergia, Islanda, Croazia, Ucraina, Bielorussia sono tutte nazioni che in qualche modo hanno limitato notevolmente i danni (al momento attuale). La Russia ha invece una curva crescente di decessi che indica una evoluzione in forte cambiamento e peggioramento, e non la includerei tra i modelli da seguire.

E cosa hanno fatto queste nazioni?

Prendiamo ad esempio la Grecia e la Repubblica Ceca, due situazioni diverse con risultati positivi analoghi, almeno fino ad oggi.

Immediatamente alla comparsa dei primi 3 casi (fine Febbraio), la Grecia ha sospeso tutte le festivitá legate al carnevale ed ha attivato i protocolli e le linee guida da seguire per la prevenzione. Tra il 10 e il 16 Marzo, con ancora un numero di casi inferiori a 100 e un numero di decessi nullo, la Grecia ha attivato il “lockdown” ed ha imposto misure tra le piú restrittive in Europa. Insomma, tre elementi chiave: restrizione, lungimiranza e proattivitá.

Diversamente la Repubblica Ceca ha sí chiuso le frontiere il 16 Marzo, ma non ha attivato un “lockdown” super-restrittivo, consentendo per esempio la vendita di prodotti attraverso la semplice applicazione delle regole di distanziamento sociale (“takeway” attraverso le finestre), imponendo sin dall’ inizio dell’emergenza l’uso delle mascherine, e fornendo verifiche di positivitá al COVID-19 attraverso unitá mobili, ed in caso di febbre e tosse, consentendo di fare il test gratuitamente dalla fine di Marzo.  Insomma, tre elementi chiave anche qui: isolamento dei casi (attraverso test mobili e gratuiti), lungimiranza e proattivitá.

A valle di questi due esempi, mi si potrebbero fare due obiezioni.

La prima: “ma l’Italia ha fatto come la Grecia imponendo misure restrittive come il lockdown!”. Non é cosí. L’Italia ha attuato il lockdown quando c’erano giá 7375 casi e 366 decessi. Non é proprio come la Grecia. Inoltre, l’Italia ha attuato un lockdown nazionale, favorendo la diffusione del virus tra le regioni limitrofe: l’Italia non ha avuto il coraggio di limitare immediatamente il lockdown a una o due regioni. L’ Italia (gran parte della classe dirigente politica) ha minimizzato la situazione nei primi giorni di Marzo (i media ovviamente non riportano piú le dichiarazioni di allora di entrambe le fazioni, governo e opposizione). L’Italia non ha contrastato da subito l’emergenza, fornendo le dovute assistenze sanitarie alle aree piú colpite. E badate bene. Quando parlo di Italia, includo tutta la classe dirigente politica, nazionale e regionale, M5S, PD, Lega, FdI e compagnia. Nessuno escluso. Il lockdown é sicuramente servito, ma la sua attuazione é stata in ritardo e non lungimirante, cioé non é stata mirata a isolare ancor piú il virus. Ecco quindi, quando leggo sui media o vedo le interviste in cui il politico di turno (nazionale o regionale) gongola e ritiene di aver fatto tutto bene in questa emergenza, mi demoralizzo e mi arrabbio, perché se non c’é neanche l’umiltá di riconoscere “ho sbagliato” o di dire “certo, si poteva e dobbiamo fare meglio”, allora al prossimo accenno di aumento di contagi, l’unica soluzione sará per loro (i politici) quella di chiudere tutto e ovunque.

La seconda: “ma la Svezia ha fatto come la Repubblica Ceca, non applicando un lockdown restrittivo!”. No, ovviamente non é andata proprio cosí. La Svezia non ha attuato per nulla il lockdown, e ha semplicemente fornito raccomandazioni sul protocollo di distanziamento sociale, auspicando che l’intera popolazione le attuasse. Non ha di fatto immediatamente attuato una campagna di monitoraggio per COVID-19 (é iniziata molto in ritardo ad Aprile) e non ha imposto l’uso delle mascherine, cosa invece accaduta in Repubblica Ceca. Inoltre, l’assembramento é stato limitato ad un massimo di 50 persone, un numero decisamente piú alto che in altri paesi europei. E si potrebbe ancora allungare la lista delle differenze.

Tutto questo per ribadire che, su come fronteggiare questa emergenza COVID-19, non vedo da nessuna parte dati o riscontri che portino a considerare come “vincente” l’uno o l’altro modello, italiano o svedese che sia. Cosí come non sono “vincenti” il modello belga, olandese, francese, britannico e spagnolo.

Concludo dicendo che, per onestá intellettuale, non avrei mai fatto un confronto tra Italia e Svezia, in quanto tantissimi sono i fattori differenti tra le due nazioni. Un confronto piú appropriato sarebbe stato con la Corea del Sud, parzialmente giá presentato in questo sito piú di un mesetto fa per l’analisi del fattore temperatura (http://www.emigrantrailer.com/2020/04/05/corona-virus-covid-19-the-effect-of-the-ambient-temperature/). Purtroppo questo confronto metterebbe ancora piú in evidenza gli errori dell’intera classe politica (nazionale e regionale) italiana. Perché é inutile girarci intorno: se in Italia ci sono quasi 33000 decessi, ed in altri paesi meno di 1000 decessi, non é solo colpa della “sfiga”.

Andrea De Filippo

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