COVID-19: La disinformazione dei media in Italia su correlazione con inquinamento da particolato (PM)

Uno dei motivi per cui ho iniziato a studiarmi i dati di COVID-19 é stata la superficialitá e l´inacuratezza con cui svariati siti di informazione italiana hanno riportato i dati ufficiali, “giocando” con i titoloni a seconda dell´interesse del momento.

Negli ultimi due giorni, é tornata alla ribalta una delle discussioni di metá Marzo a cui avevo giá dedicato un articolo (http://www.emigrantrailer.com/2020/03/21/corona-virus-covid-19-correlazione-con-concentrazione-di-pm10-e-pm2-5-nellaria/), ovvero la correlazione tra l´esposizione al particolato e i casi di decessi da COVID-19.

Ribadisco quanto concludevo il 21 Marzo 2020, analizzando i dati delle diverse province italiane: “L´esposizione al particolato é pertanto solo uno dei diversi fattori da aggiungere ed incrociare con gli altri fattori, giá messi in luce in precedenti articoli: percentuale elevata di over 65, percentuale di obesi, fumatori e scarsa attitudine ad una frequente attivitá sportiva”. Nei giorni seguenti avevo poi messo in luce altri importanti fattori: la spesa annuale per strutture ospedaliere pubbliche (e di conseguenza la disponibilitá di adeguate strutture per la terapia intensiva) e il fattore clima (la temperatura). E l´analisi non é ancora conclusa.

Invece a leggere i titoli di alcuni giornali italiani negli ultimi due giorni, sembra che si voglia “attribuire” la maggior responsibilitá al particolato:

Corriere della Sera: “Coronavirus, Covid-19 é piú letale dove c´é piú inquinamentohttps://www.corriere.it/cronache/20_aprile_09/coronavirus-covid-19-piu-letale-dove-c-piu-inquinamento-d729a26e-79dd-11ea-afb4-c5f49a569528.shtml.

La premessa fondamentale é che ci sono migliaia di articoli scientifici che riportano da anni, da decenni, la correlazione tra inquinamento da polveri sottili (nello specifico, le nanoparticelle, molto piú piccole in dimensioni rispetto al PM2.5 e al PM10) e problemi alle vie respiratorie (asma, bronchiti, etc.). Non a caso, da anni, si sta lavorando nei vari settori (trasporti, industria, agricoltura, etc.) per ridurre questa tipologia di emissioni. Quindi, quanto segue da parte mia, non si dissocia da questa conoscenza di base che condivido in pieno.

Entriamo nel merito. Mi sono letto sia l´articolo del Corriere della Sera che l´articolo orginale dei ricercatori di Harward. Vediamo come sono state “tradotte” (ingenuamente o volutamente) dal Corriere della Sera le informazioni dell´articolo originale.

Partiamo dal titolo originale della ricerca: Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States.

I ricercatori di Harward chiariscono giá nel titolo che lo studio é a livello nazionale, valido solo per gli Stati Uniti. E sanno benissimo che lo studio é ancora preliminare, e senza avere dati a livello mondiale, la loro correlazione andrebbe a farsi benedire. Infatti, India, Cina, Egitto, Sud Africa,, Corea, Indonesia, Repubblica dell´Iran, etc. etc. sono tutte nazioni molto popolose con livelli di inquinamento da PM2.5 nettamente superiori agli Stati Uniti (la media per gli Stati Uniti é circa 8 µg/m3).

Sono dati visionabili su svariati siti. Qui riporto quelli del World Health Organization: https://apps.who.int/gho/data/node.main.152?lang=en.

Pertanto se la correlazione dovesse essere valida e applicabile anche lí, adesso dovremmo avere una carneficina in tutti quegli stati, dove le medie annuali di PM2.5 sono tra 4 e 10 volte superiori a quelle degli Stati Uniti.

Quindi la geolocalizzazione dello studio é rilevante. Invece il Corriere della Sera non ha ritenuto che lo fosse, lasciando ad intendere che lo studio avesse valenza “mondiale”.

Rimaniamo ancora sul titolo originale della ricerca: Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States.

Non vedo scritto da nessuna parte un elemento sensazionalista che indichi che la mortalitá da COVID-19 dipende per la maggior parte dall´inquinamento come fatto dal Corriere (vedi “piú letale”). Di nuovo, i ricercatori di Harward si sognerebbero di fare un´affermazione cosí decisa, perché dai loro dati emerge solo che “We found that an increase of only 1 µg/m3 in PM2.5 is associated with a 15% increase in the COVID-19 death rate, 95% confidence interval (CI) (5%, 25%). Results are statistically significant and robust to secondary and sensitivity analyses.”

In pratica, i ricercatori indicano un incremento del 15% della mortalitá del COVID-19 in quelle aree dove negli anni c´é stata un incremento di 1 µg/m3 in PM2.5. Ed anche questa non é nessuna novitá assoluta. In piú si parla di un incremento percentuale, cosa che lascia il tempo che trova se non aggiungi il valore assoluto. Infatti parlando di Stati Uniti potrei dire che il valore percentuale dei decessi da COVID-19 é stato:

  • al 27 Marzo 2020: 1.5% rispetto al numero di casi da COVID-19;
  • al 2 Aprile 2020: 2,2% rispetto al numero dei casi da COVID-19;
  • al 9 Aprile 2020: 3,2 % rispetto al numero dei casi da COVID-19

Quindi potrei dire che tra il 27 Marzo e il 9 Aprile c´e´stato “solo” un incremento del 1,7% dei decessi rispetto al numero di casi COVID—19.

Darei ovviamente un informazione parziale e forviante.

Infatti, se guardo il numero di decessi nello stesso periodo (https://www.who.int/emergencies/diseases/novel-coronavirus-2019/situation-reports):  

  • al 27 Marzo 2020: 991;
  • al 2 Aprile 2020: 4793;
  • al 9 Aprile 2020: 12740;

Quindi tra il 27 Marzo e il 9 Aprile, c´é stato un incremento del 12%. E di questo totale, quasi il 45% é solo nel territorio di new York! Ma rispetto a tutta la popolazione americana stiamo parlando di 0,004%.

Chiedo scusa per questo esercizio sulle percentuali, ma é giusto per far capire che nuovamente il titolo dell´articolo potrebbe essere forviante.

Andiamo a leggere poi l´articolo del Corriere della Sera.

La giornalista spiega decisamente meglio il contenuto della ricerca, e dice “Lo studio di Harvard non spiega (né intende farlo) gli effetti fisiologici e clinici dell’inquinamento sulla malattia. Ma può essere molto utile per chi deve organizzare la risposta sanitaria all’epidemia”. Meno male. Non posso che essere d´accordo con questa informazione. Infatti, l´inquinamento é solo uno dei fattori che incidono sulla mortalitá. Peccato che il titolo dell´articolo dia ad intendere cose diverse.

E la conclusione dei ricercatori non potrebbe essere diversa. Infatti, la loro pubblicazione é datata 5 Aprile 2020. I dati statistici sono aggiornati al 4 Aprile 2020.  Ora, una persona con un pó di raziocinio sa che deve intercorrere un tempo minimo di analisi dei signoli decessi per stabilire ed appurare la reale causa del decesso. Ovviamente questo tipo di conclusione si avrá tra qualche mese, quando la situazione si sará normalizzata e si dará modo di raccogliere tutti i dati per arrivare a conclusioni piú solide. Di sicuro, tutti (nessuno escluso) adesso facciamo solo delle assunzioni.

Andiamo poi nel dettaglio della ricerca originale: Exposure to air pollution and COVID-19 mortality in the United States https://projects.iq.harvard.edu/covid-pm

Non entro nel merito di una vera e propria revisione scientifica. Peró  quello che ho trovato abbastanza lampante sono i grafici a) e b) di Figura 1: Figure 1: Maps show (a) county level 17-year long-term average of PM2.5 concentrations (20002016) in the US in g/m3 and (b) county level number of COVID-19 deaths per one million population in the US up to and including April 4, 2020.

Figure 1: estratto dall´articolo dei ricercatori di Harward https://projects.iq.harvard.edu/covid-pm

Ora, se guardo e riguardo il grafico a) (tra l´altro é sbagliata l´unita´ di misura, non possono essere g/m3, ma sono µg/m3!!) concludo che, scegliendo quattro stati come esempio, dovrei avere in ordine di esposizione PM2.5, in base alla cromatografia:

  1. California
  2. New York
  3. Michigan
  4. Florida

Nel grafico non sono riportati in dettaglio i valori, ma poiché é un argomento a me noto, questi sarebbero i dati di esposizione annuale:

  1. California (Los Angeles area: 12 µg/m3; San Francisco: 9 µg/m3)
  2. New York (New York area e New Jersey: 8 µg/m3)
  3. Michigan (Detroit area: 9 µg/m3)
  4. Florida (Miami area: 7 µg/m3)

Quindi sulla base di questa associazione tra PM2.5 e decessi COVID-19 dovrei avere piú morti in California rispetto alle altre aree. In piú sempre secondo la logica di questa ricerca (1 µg/m3 in piú aumenta la fatalitá del 15%) dovrei avere il 45% di morti in piú a Los Angeles (California) rispetto agli altri Stati.

Ovviamente non é cosí !

Ad oggi (10 Aprile 2020), la situazione é la seguente:

  1. California (492 decessi)
  2. New York (7067 decessi)
  3. Michigan (1076 decessi)
  4. Florida (371 decessi)

Cioé la California (39,6 Milioni di abitanti) ha solo 492 decessi, nonostante abbia popolazione ed esposizioni di PM2.5 mediamente piú alte della cittá di New York (circa 8,6 Milioni di abitanti), del Michigan ( circa 10 Milioni di abitanti) e della Florida (21,3 Milioni di abitanti).

Poi magari i ricercatori di Harward spiegheranno meglio se quanto scritto nell´articolo del Corriere della Sera “Poi li hanno «aggiustati» (cioè ricalibrati) per togliere tutti gli elementi che potevano alterare i risultati statistici”, piú che alterare i risultati statistici non li abbiano completamente stravolti verso un risultato non rispettoso della realtá. Ai posteri l´ardua sentenza. Ma, in ogni caso, il loro stesso grafico non corrisponde alle affermazioni che fanno nell´articolo.

Personalmente in tema di associazione/correlazione, torna piú il legame con la temperatura media di Marzo, ultimo mese (piú morti dove ha fatto piú freddo!!!):

  1. California (492 decessi e temperature media 16°C, minima di 8°C)
  2. New York (7067 decessi e temperature media 8°C, minima di-4°C)
  3. Michigan (1076 decessi e temperature media 5°C, minima di-7°C)
  4. Florida (371 decessi e temperature media 26°C, minima di 19°C)

Ma sono sicuro che i ricercatori di Harward abbiano notato questo fattore climatico che potrebbe essere un aspetto rilevante nell´incidenza di mortalitá dei Corona Virus tanto quanto o maggiore del particolato ultrafine. Se non l´hanno fatto, é un suggerimento ad aggiungere questo fattore al loro modello statistico.

Concludo dicendo che nelle ultime ore ho pensato a lungo se commentare o meno questo articolo. Ovviamente, io non ho nulla contro la ricerca italo-americana, e anzi apprezzo che abbiano condiviso dati seppur parziali.

Peró, leggendo e ricevendo messaggi di diverse persone, anche del mondo accademico, non ho potuto fare a meno di scrivere la mia opinione in merito. In particolare, vorrei rimarcare un certo livello di delusione relativo a:

  • Colleghi ricercatori che si lasciano trasportare dai titoli di giornale senza approfondire. E basterebbe poco approfondire, soprattutto se si hanno alle spalle anni di ricerca in cui la base é confrontare piú fonti e andare nel dettaglio con spirito critico, leggendosi la ricerca originale e non la trasposizione dei giornali;
  • Giornali come il Corriere della Sera che, su un argomento discusso e chiarito dalla Societá Italiana di Aerosol settimane fa (http://www.iasaerosol.it/attachments/article/96/Nota_Informativa_IAS.pdf) ha dato invece risalto sullo stesso tema ad una ricerca sul territorio americano e ancora parziale, cercando a mio modesto parere di distogliere l´attenzione del pubblico italiano da quello che é ed é stata la causa principale dei decessi i Lombardia: l´inadeguatezza delle strutture sanitarie nella fase iniziale del periodo di crisi (nonostante gli enormi e lodevoli sforzi di tutti gli operatori sanitari, totalmente incolpevoli e vittime di una gestione inadeguata della Sanitá Pubblica).

Andrea De Filippo

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